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Affondo interiore ed elevazione
all’infinità dell’Universo
di Luciano Caramel
Armanda Verdirame è solita vivere in uno stato di sensibile interiorità, che motiva e determina il suo fare. Termine questo che più di altri (“creatività”, in primis) bene evidenzia il ruolo fondante, nell’attività ceramica da anni privilegiata dall’artista, del momento formativo, su cui non si riversa a posteriori un’ideazione preconcetta, ma entro il quale l’opera ha origine. In quanto l’impastare, il modellare e il cuocere l’argilla, pur non prescindendo, è ovvio, da un’idea di base, anche formale, si concretano nel coinvolgimento diretto con le tecniche e i materiali utilizzati.
Condizione del resto sempre inevitabile nel linguaggio oggettuale dell’arte, come seppur con qualità e in quantità differenti, in quello stesso elettromagnetico ed elettronico. E nella pratica ceramica particolarmente cogente, per l’azione del fuoco soprattutto, della sua azione a differenti temperature, che alla terra e agli smalti dà compattezza e colore variati, con effetti non appieno controllabili. Preservando con ciò un’aderenza alla naturalità cara ad Armanda, fuori d’ogni naturalismo ovviamente, che è atteggiamento passivo, inconiugabile con la partecipazione attiva, di mente, di cuore e di mano, dell’artista.
L’interiorità di Verdirame non subordina infatti, o addirittura accantona, il naturale. Piuttosto lo trascende nel tendere ad una dimensione che lo comprenda come momento sostanziale di una totalità dinamica in continua trasformazione.
Sul registro di un divenire, non necessariamente di un progredire, fatto di incessanti mutazioni, attraverso momenti aurorali, sviluppi, disgregazioni, ove l’alfa e l’omega sono fasi concatenate e ricorrenti, in una spazialità e temporalità enormemente dilatate e per lo più non definibili. Dove l’uomo è parte, caratterizzata, di un tutto inteso secondo una spiritualità diffusa di intonazione orientaleggiante.
Ma in una condizione che in un certo senso può forse più pertinentemente richiamare, seppur assai latamente, e solo su di un piano teorico, l’idealismo romantico di uno Schelling, che nella decisa considerazione della natura non identifica questa con lo spirito, che però con la natura costituisce per il filosofo l’assoluto. Secondo una concezione sotto certi aspetti poi presupposta dal pittore Franz Marc, che aveva studiato Scelling, nelle sue immagini di animali fuse nel contesto naturale. Però con implicazioni vitalistico-panteiste che nulla hanno a che fare con i lavori di Verdirame. Che, oltre tutto, diversamente dal maestro tedesco, lascia radicalmente da parte un’artisticità in chiave rappresentativa, portando -nel significato primo della parola- nelle opere la natura nei suoi elementi primari, la terra, il fuoco, l’acqua, l’aria, e mutuandone metodi e ritmi.
Con l’aggiunta di una componente inedita particolare, che è tra gli aspetti distintivi dei suoi lavori: l’inserimento nell’argilla fresca di semi di cereali e legumi, “in quanto simbolo di vita, e anche come gesto propiziatorio, come facevano gli antichi, spargendo sugli altari riso e orzo per Demetra”, postilla Armanda nelle sue note biografiche.
Pure tale componente arcaicamente propiziatoria, dalle connotazioni rituali, è infatti propria delle sculture di Verdirame, che con materie, gesti, procedimenti ancestrali ha iniziato dalla metà degli anni ottanta questa sua nuova via, partendo da creazioni di intonazione antropologica, modellando scudi, che rimandano in prima istanza al difendersi, come in un’opera intitolata efficacemente allo Scudo d’Achille, con liberi riferimenti mitologici, che però in siffatta significazione non si esauriscono, essendo costitutivo nella loro forma circolare il valore di archetipo, con risonanze e significati ben più articolati. Anche cosmogonico-cosmologici, in sintonia con un’altra anima della scultura, altrettanto antica e carica di implicazioni mitologiche, a cui Armanda approda attraverso l ’osservazione dell’immensità del cielo, nelle sue stesse zone tuttora in formazione, quali la costellazione di Orione. Alla quale l’artista dà la forma proprio di scudi, profondamente segnati e lacerati: certo anche per dar corpo componente di f orte energeticità che segna, agita,e anche tormenta, la vita,dal suo inizio, come m’è capitato di sottolineare qualche anno fa, ma anche per evidenziare, di tale processo, le tensioni costruttive.”Quando sembra che io faccia a pezzi l’immagine, sto invece costruendo quell’immagine; comporre è come fare del frammento la forma: dal caos all’ordine, ha scritto l’artista, in tale senso attratta dal sistema “giovane”, delle nebulose (anche Orione ne comprende una), fitto di pi aneti nascenti e di stelle “nuove”, che Armanda personifica nelle Pleiadi, percepibili solo attraverso strumentazioni telescopiche, che danno l’occasione di entrare con lo sguardo, tra gas e polveri, nella materia ad un grado iniziale di formazione, oggetto privilegiato della scultura di Verdirame, fino alla drammaticità del Big Bang, a cui l’artista ha dedicato un suo rilevantissimo lavoro. Parimenti significativi altri due cicli della produzione recente di Armanda, dedicati l’uno alle Stalattiti e Stalagmiti, il secondo alle Colonne, ed entrambi ispirati alle “corrispondenze”, esse pure un topos nella poetica della scultrice, che a proposito del primo tema afferma: “Stalattiti e Stalagmiti esprimono l’idea delle risonanze, dei riflessi tra cielo e terra, sono rimandi di energia tra il nostro cosmo interiore e l’universo fisico, aneliti verso il cielo che ricevono, quale eco, una risposta”. Non diversamente dalle Colonne, che tra i significati e simboli loro attribuiti annoverano per tradizione diffusa tale raccordarsi, anche spirituale, dell’uomo con dimensioni che lo trascendono. In una trama di relazioni che comprende lo scrutare e il contemplare il cielo, e in esso, con speciale considerazione, la luna, oggetto tra i preferiti, come è documentato in questa mostra di Salsomaggiore, dell’attuale impegno plastico di Verdirame.
Che dall’ultima eclissi di luna del XX secolo, nel 1999, ha dato infatti largo spazio al nostro satellite, referente da sempre di innamorati, artisti e poeti, tanto da divenire nell’immaginario popolare uno stereotipo, un luogo comune. Ma che resta occasione possibile di una “ corrispondenza”, appunto, di sensi e di spirito, anche sul registro dell’interiorità, di Armanda proprio. Chè l’elevarsi all’infinità del cosmo è solo all’apparenza opposto al circoscriversi centripeto nell’affondo interiore.
Ce lo insegna Leopardi, nella cui terra natia è sbocciato il dialogo intenso della nostra scultrice con la luna. E lo riprova, una volta di più, con l’antica attualità delle sue poetiche sculture, proprio Armanda, che nella terra del poeta dei Canti e delle Operette morali ha visto sbocciare il suo dialogo intenso con Selene-Luna, sorella di Eos-Aurora e di Elio-Sole, ma anche, come Ecate, divinità degli inferi e, per i romani, come Diana, dea terrena della caccia.
(testo scritto in occasione della Mostra Comunale a Salsomaggiore -
alle antiche Serre, e a Palazzo Principe, nel 2003.)